Le Quattro Province sono una regione storico-geografica italiana. Il territorio è situato a cavallo dell'appennino ligure, e suddiviso tra quattro province appartenenti a quattro diverse regioni. Nonostante la frammentazione amministrativa, la regione presenta alcune caratteristiche storiche e culturali comuni.
Alessandria, in Piemonte (comprendendo val Curone, val Grue, valle Ossona, val Borbera, val Sisola, valle Spinti, media valle Scrivia), Genova, in Liguria (comprendendo alta valle Scrivia, alta val Trebbia, alta val d'Aveto, val Fontanabuona)
Pavia, in Lombardia (comprendendo valle Staffora, valle Ardivestra, Val di Nizza, alta val Tidone, alta val Trebbia)
Piacenza, in Emilia-Romagna (comprendendo alta e media val Trebbia, val Boreca, bassa val d'Aveto, media val Tidone, val Luretta, alta val Nure).
Il toponimo Quattro Province ha origini recenti e si rintraccia in alcuni studi etnologici e musicali effettuati a partire dagli anni settanta del Novecento in poi. Tale denominazione fu coniata e impiegata per identificare un territorio, quale quello convergente nei quattro suddetti distretti amministrativi, accomunato dalle medesime tradizioni musicali, in particolare strumenti e danze tradizionali. A partire dagli anni 2000 il nome è stato esteso a concetti storici e geografici atti a rimarcare una precisa identità culturale dell'area in oggetto. Tuttavia le popolazioni di questi luoghi non hanno mai attribuito un nome particolare o univoco alla zona.
Storicamente zona di transito per commercianti, eserciti, pellegrini e viaggiatori, vi passavano antiche percorrenze come la via Postumia (tracciata da Aulo Postumio Albino nel 148 a.C.) che collegava Genova ad Aquileia, la via Francigena, (che durante il Medioevo portava i pellegrini dalla Francia a Roma e da qui a Gerusalemme).
I cambiamenti socio-economici hanno totalmente cambiato i modi di vita tradizionali. L'inurbamento e il conseguente spopolamento delle campagne, la difficoltà di mantenere in vita usanze non più indispensabili alla vita sociale dei piccoli nuclei, l'innegabile fascino del nuovo che va a soppiantare un vecchio che portava con sé ricordi e richiami ad una vita povera e difficile, ne hanno notevolmente ridotto la superficie.
L'area culturale delle "Quattro province" rappresenta un caso di particolare interesse per chi, da un punto di vista geografico, voglia riflettere sulle tradizioni popolari italiane. Tale zona, infatti, dopo secoli di marginalizzazione e decenni di crisi strutturale, da anni è oggetto di crescente interesse proprio in ragione di alcuni aspetti specifici della cultura tradizionale, essenzialmente musiche e manifestazioni collettive locali.
La riscoperta e la valorizzazione di elementi della cultura tradizionale in aree periferiche non costituisce un elemento di novità, giacché si tratta di un fenomeno diffuso da qualche decennio in tutta Europa ed oggetto di studio in ambito geografico. L'interesse per quest'area è nato dal fatto che la riscoperta del patrimonio culturale tradizionale non si è realizzata come evento isolato, ma piuttosto come partenza di un processo di riterritorializzazione che tenta di rispondere alla crisi strutturale che ha investito la zona a partire dal secondo dopoguerra.
L'area dell'Appennino settentrionale corrispondente al territorio delle "Quattro province" è stata segnata da una storia geologica molto articolata che ha dato luogo ad un paesaggio geomorfologico piuttosto complesso, segnato dalla presenza di diverse dorsali che corrono trasversali o longitudinali rispetto alla direzione principale della catena montuosa.
Le valli presenti si pongono dunque come struttura fondamentale delle comunicazioni tra gli uomini, orientandone le scelte insediative. Il nucleo dell'area si articola attorno alle valli create dai torrenti Curone, Staffora, Tidone, dal fiume Trebbia e dai loro affluenti.
Le comunicazioni tra queste valli si sono concentrate nei paesi in cui l'accesso era relativamente facile, i quali sono diventati punti nodali nel sistema di relazioni delle comunità vallive. L'esempio più evidente è Brallo di Pregola, che segna il passo tra il bacino della Staffora e quello del Trebbia, ma anche Pietra Gavina ora centro periferico dell'area, ha costruito le sue passate fortune sulle comunicazioni tra la Valle Staffora e la Val Tidone.
Più indirettamente la stessa fortuna di Varzi, principale centro dell'area montana dell'Oltrepò pavese, è stata determinata dalla presenza di una via commerciale che attraverso il passo del Giovà metteva in comunicazione la Pianura Padana con la costa ligure.
Lungo queste vie si è strutturato l'insediamento umano, permettendo così ai centri montani di sostenere, nonostante l'isolamento determinato dalla particolare conformazione geomorfologica, un continuo scambio economico e culturale con realtà lontane.
Dal punto di vista economico la presenza di queste piccole arterie commerciali permise ai centri montani di rifornirsi direttamente di prodotti come il sale, importazione essenziale di un'economia altrimenti autosufficiente.
Culturalmente, la zona è costituita come fertile nodo di relazioni tra il patrimonio culturale costiero e quello padano, il tutto all'interno di uno specifico sistema di relazioni tra uomo e ambiente tipico dell'area montana dell'Appennino settentrionale. Isolati dalle aree forti dello spazio economico e culturale italiano, i centri delle "Quattro province" si sono strutturati a partire da quelle poche e determinanti vie di comunicazione che collegavano i territori e uomini lontani tra loro come la pianura e il mare, elaborando così un'originale sintesi culturale.
L'equilibrio tra isolamento e comunicazione che ha permesso per secoli la sopravvivenza di queste comunità montane si è però incrinato con l'avvento dell'industrializzazione e la conseguente trasformazione economica, sociale e culturale che ha comportato perdite di popolazione anche molto intense e con esse la scomparsa di importanti patrimoni della cultura popolare (qui come altrove sugli Appennini).
A partire dagli anni trenta del XX secolo, tutta l'area dell'Oltrepò pavese, ad esempio, iniziò infatti a spopolarsi a favore delle aree più forti dello spazio economico lombardo. In questo contesto l'area montana in questione, che pure iniziò a perdere popolazione con un certo ritardo rispetto alle zone più settentrionali, si trovò in una condizione particolarmente critica. L'aspetto più preoccupante fu la costanza dello spopolamento con ritmi allarmanti, superiori all'1% annuo, in cinquant'anni. Anche Varzi, centro polarizzante di queste montagne, iniziò a perdere abitanti dal secondo dopoguerra e continuò sino al XXI secolo, seppure con un ritmo leggermente inferiore rispetto ai centri minori di montagna.
