L'antica borgata di Avi, con i due nuclei Avi Superiore e Avi Inferiore, appartiene storicamente al Comune di Roccaforte Ligure. È però molto vicina a Rocchetta e alcune fonti e cartografie riportano oggi l'indirizzo postale «SP145, Rocchetta Ligure», cosa che può generare confusione.

Avi è uno degli insediamenti abbandonati più interessanti dell'Appennino della Val Borbera. La sua origine è molto antica; uno studio storico-geografico segnala la presenza dell'insediamento già nel X secolo, mentre viene poi ricordato nel Breviarium de tera Sancti Colombani, compilato nella prima metà dell'XI secolo. La tradizione locale lo collega alla grande corte monastica di Casasco, dalla quale Avi sarebbe dipesa in epoca feudale. 

Il paese sorse in una posizione piuttosto difficile, sull'estremità settentrionale della grande placca conglomeratica del Costone La Ripa. Il terreno era povero, sassoso e con poche sorgenti, ma gli abitanti riuscirono a ricavare piccoli appezzamenti attraverso un paziente lavoro di terrazzamento.

La borgata era costituita da due nuclei distinti: Avi Superiore, chiamato nelle testimonianze antiche anche Avi di là, era il nucleo raccolto attorno alla piccola chiesa di San Vito. Sono ancora riconoscibili i ruderi della chiesetta, una grande abitazione plurifamiliare, la stalla, l'essiccatoio per le castagne, chiamato localmente Abegu, una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana e le canalette scavate nella roccia per convogliare l'acqua. 

Avi Inferiore, detto anche Avi di qua, è invece il primo nucleo che si incontra nucleo arrivando dal versante di Roccaforte. Qui abitava in particolare la famiglia Rebuffo. Nel 1918 risultavano otto abitanti nel nucleo inferiore, mentre nel nucleo superiore, attorno alla chiesa, vivevano undici persone: complessivamente quindi 19 abitanti.

La vita era basata su un'agricoltura di sussistenza. Le piccole fasce coltivate producevano: cereali, patate, uva, frutta e ovviamente castagne.

L'allevamento era limitato a poche bestie: una o due vacche da latte, qualche vitello e alcune pecore. Il bosco forniva invece castagne, legna e soprattutto carbone di legna. 
Quest'ultima attività era tutt'altro che marginale. Intorno al 1935-1940 la produzione di carbone di Avi sarebbe arrivata a circa 200 quintali all'anno, trasportati a dorso di mulo verso il fondovalle. Gli abitanti erano inoltre particolarmente abili nella costruzione di teleferiche rudimentali, utilizzate per trasportare legname verso la Val Sisola e la Val Borbera.

Come in molti paesi dell'Appennino, una parte della popolazione emigrava stagionalmente verso la pianura o definitivamente verso le Americhe. Le rimesse degli emigrati avevano anche un ruolo economico nella comunità.

Il declino fu progressivo. Le condizioni di vita erano difficili, le superfici coltivabili estremamente limitate e l'accessibilità molto problematica.

L'abbandono definitivo viene generalmente collocato nei primi anni Cinquanta;  la Provincia di Alessandria indica precisamente il 1953 come anno dell'abbandono della borgata. 

Una testimonianza particolarmente interessante è quella di Domenico Rebuffo, nato nel 1909, che visse ancora ad Avi da solo per oltre un anno prima di trasferirsi a Roccaforte Ligure nel 1953. È una testimonianza importante perché consente di collocare cronologicamente la fine della vita stabile nel paese.

Oggi Avi è quindi una vera borgata fantasma, con le case ormai invase dalla vegetazione. La Provincia raccomanda espressamente di non entrare negli edifici, perché i muri sono pericolanti.

Avi è legata anche a un episodio della Seconda guerra mondiale.

Il 23 aprile 1941, giorno di San Giorgio, due aerei italiani Junkers Ju 87 Stuka, soprannominati "Picchiatelli", precipitarono nella zona di Avi. Morirono i quattro militari: Mario Foglia, Gianluigi Cristiani, Franco Damasio e Cesare Briganti.

La vicenda rimase a lungo soprattutto nella memoria orale degli abitanti. Il Comune di Roccaforte Ligure ha ricostruito l'episodio e ricorda che nei pressi dei ruderi è ancora presente un cippo commemorativo.

C'è poi un'altra pagina molto importante.

Tra febbraio e luglio 1944, Avi ospitò il primo gruppo partigiano insediatosi nella zona, proveniente da Montebore di Dernice e comandato da Franco Anselmi, "Marco". Anche Virginio Arzani, "Kikiriki", futuro comandante partigiano, fu presente nel gruppo.

Il 22 luglio 1944 il partigiano Camillo Rebuffo fu catturato ad Avi insieme ad altri due uomini. Durante il trasferimento verso Borghetto riuscì però a fuggire gettandosi dalla carrozza nei pressi della confluenza del Rio d'Avi con il Borbera.