Il borgo di Chiapparo è uno dei luoghi più suggestivi e malinconici dell'alta Val Borbera. Si trova nel territorio di Carrega Ligure, a circa 922 metri di quota, tra le frazioni di Vegni e Magioncalda. Oggi è conosciuto soprattutto come uno dei "paesi fantasma" dell'Appennino ligure-piemontese.

Come molti piccoli insediamenti montani della zona, Chiapparo subì un forte spopolamento nel secondo dopoguerra. L'abbandono si completò tra il 1960 e il 1963, quando gli abitanti si trasferirono verso le città industriali o verso la costa ligure in cerca di lavoro. Questo fenomeno interessò gran parte del territorio di Carrega Ligure, che passò da migliaia di abitanti a poche decine di residenti.

Passeggiando tra le case in pietra si distinguono ancora: i ruderi delle abitazioni originarie, un grande edificio che probabilmente ospitava una taverna o un punto di ritrovo del paese, un affresco dedicato a San Giuseppe e San Rocco, un antico lavatoio con un'icona della Madonna col Bambino e la data 1953.

L'atmosfera è molto particolare: il bosco sta lentamente riconquistando gli spazi costruiti dall'uomo, ma l'impianto del borgo è ancora chiaramente leggibile.

Il borgo non è mai stato raggiunto da una vera strada carrozzabile. Ancora oggi vi si arriva principalmente percorrendo antiche mulattiere che collegano Vegni, Magioncalda e altre località dell'alta valle. Gli escursionisti della Val Borbera lo considerano uno dei migliori esempi di architettura rurale abbandonata dell'Appennino. Insieme ai vicini ruderi dei Casoni Risciotti, rappresenta una testimonianza quasi intatta della vita contadina di montagna prima dello spopolamento degli anni Cinquanta e Sessanta.

Dal punto di vista paesaggistico, il borgo è immerso nel territorio del Parco Naturale dell'Alta Val Borbera, una delle aree più selvagge dell'Appennino settentrionale.

Una delle particolarità più sorprendenti è che il borgo è rimasto collegato al resto del mondo quasi esclusivamente tramite mulattiere e sentieri. Nemmeno quando arrivarono le strade nelle altre frazioni di Carrega Ligure, Chiapparo venne realmente servito da una carrozzabile. Questo isolamento ha contribuito sia alla sua conservazione sia al suo abbandono.

In realtà "Chiapparo" è un nome di recente assegnazione, gli abitanti della zona lo chiamavano "Ciappà", nel dialetto locale. In tutta l'alta Val Borbera sopravvivono ancora toponimi e parole che mescolano elementi liguri e piemontesi, testimonianza di un territorio di confine tra culture diverse.

Tra i ruderi spicca un edificio molto più grande degli altri, riconoscibile per un affresco di San Giuseppe e San Rocco. Secondo la tradizione locale avrebbe ospitato una taverna o un luogo di ritrovo per gli abitanti e i viandanti che attraversavano i sentieri dell'Antola. In tempi relativamente recenti qualcuno tentò persino di restaurarlo rifacendone il tetto, ma il progetto fu abbandonato.

Nel borgo è ancora presente un lavatoio con un'immagine della Madonna col Bambino e la data "1953". È un dettaglio suggestivo ed importante perché dimostra che il paese era ancora vivo e curato pochissimi anni prima dello spopolamento definitivo degli anni Sessanta.

Quando si parla di paesi abbandonati della valle si citano spesso Reneuzzi o Connio Vecchio, ma Chiapparo rimane quasi nascosto. Proprio per questo molti escursionisti lo considerano uno dei più autentici: il bosco ha lentamente inglobato le case, senza interventi turistici importanti.

Anche se si trova nell'entroterra piemontese, appartiene a una valle storicamente molto più legata a Genova che ad Alessandria. In giornate particolarmente limpide, sulle creste vicine dell'Antola e del Carmo si percepisce l'influenza del Mar Ligure, che dista in linea d'aria meno di quanto si possa immaginare.

L'itinerario che collega Vegni, Chiapparo e Magioncalda viene spesso presentato come un viaggio "sulle tracce di un antico oceano". Le rocce dell'area appartengono infatti a complessi geologici che testimoniano l'esistenza dell'antico Oceano Ligure-Piemontese, scomparso milioni di anni fa durante la formazione degli Appennini.

Gli anziani della valle raccontavano che nelle sere nebbiose il silenzio fosse così assoluto da permettere di sentire da lontano i campanacci delle mandrie che pascolavano sulle pendici dell'Antola. Quando il paese fu abbandonato, molti continuavano a dire che "Ciappà non era morto, stava solo dormendo". È più una memoria popolare che una vera leggenda, ma rende bene il rapporto affettivo che la gente della Val Borbera conserva verso questi luoghi.

La vita tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento era molto diversa da quella che immaginiamo oggi. Era un'esistenza dura, scandita dalle stagioni e da una forte autosufficienza. Le abitazioni erano costruite quasi interamente in pietra locale, con muri molto spessi per difendersi dal freddo. Al piano terra spesso trovavano posto stalle e ricoveri per gli animali; ai piani superiori vivevano le famiglie. Il calore prodotto da mucche, capre e asini contribuiva a riscaldare gli ambienti sovrastanti durante gli inverni, che a oltre 900 metri di quota potevano essere lunghi e nevosi.

Prima dell'arrivo diffuso della farina di grano, il castagno rappresentava una risorsa fondamentale. I boschi attorno a Chiapparo erano curati con attenzione, le castagne venivano essiccate nei metati (piccoli essiccatoi), macinate per ottenere farina e conservate per l'inverno.

Con la farina di castagne si preparavano polente, focacce e dolci semplici. In molte zone dell'Appennino si diceva che il castagno fosse "l'albero del pane".

UGli abitanti coltivavano piccoli appezzamenti terrazzati dove crescevano patate, segale, orzo, fagioli e cavoli. Ogni famiglia allevava qualche animale: galline, conigli, capre e talvolta una vacca.
Acquistare cibo nei negozi era raro; molti prodotti arrivavano dalla propria terra o dagli scambi con i paesi vicini.
I sentieri erano le strade, per andare a scuola, in chiesa, al mercato o a trovare parenti si camminava per ore.
Le mulattiere che oggi percorrono gli escursionisti erano allora vere e proprie arterie di comunicazione. Donne e uomini trasportavano legna, fieno, formaggi e castagne a spalla o con muli. Per raggiungere alcuni centri più importanti potevano servire diverse ore di cammino.

Molti uomini lasciavano temporaneamente il paese per lavorare altrove. Alcuni scendevano verso Genova, altri andavano in Francia o nelle Americhe. Spesso partivano per mesi e tornavano con qualche risparmio da investire nella casa o nei terreni.
L'emigrazione, inizialmente stagionale, divenne definitiva nel secondo dopoguerra.

Nelle piccole frazioni l'istruzione era essenziale e non sempre facilmente accessibile. I bambini percorrevano sentieri anche in inverno per raggiungere le scuole delle località più grandi. Le feste religiose rappresentavano invece momenti fondamentali di socialità. Le processioni, le feste patronali e le sagre riunivano abitanti sparsi in numerose borgate.

Negli anni Cinquanta arrivarono gradualmente elettricità, automobili e nuove opportunità lavorative nelle città industriali.
Quello che per secoli era stato un vantaggio — vivere in una comunità autosufficiente — divenne improvvisamente uno svantaggio. La mancanza di strade, servizi sanitari vicini, scuole e lavoro spinse le giovani generazioni ad andarsene; così nel giro di pochi anni Chiapparo passò dall'essere un piccolo borgo vivo a diventare uno dei tanti paesi fantasma dell'Appennino.

Una cosa che colpisce visitandolo oggi è che l'abbandono è relativamente recente: molte persone che vivono ancora in Val Borbera hanno conosciuto direttamente gli ultimi abitanti o sono parenti di chi è nato lì. Per questo Chiapparo non viene percepito come un sito archeologico, ma come un pezzo di memoria familiare ancora vicino nel tempo.

 

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Il percorso da Magioncalda a Chiapparo è sterrato, difficilmente percorribile da fuoristrada di grandi dimensioni e comunque il transito di automezzi è consentito esclusivamente agli autorizzati. La lunghezza del percorso è di 2,6 km da Magioncalda a Casoni Risciotti e di circa 780 metri dai Casoni a Chiapparo.