
Il Monte Antola, con i suoi 1.597 metri, è una delle montagne più importanti dell'Appennino ligure e, per chi conosce la Val Borbera, è molto più di una semplice cima: è uno dei grandi nodi geografici, storici e culturali dell'alta valle.
Si trova nel punto d'incontro fra Val Borbera, Val Trebbia e Valle Scrivia, sul crinale che separa il Piemonte dalla Liguria. La sua posizione è particolarissima: il sistema montuoso dell'Antola interessa infatti il territorio delle cosiddette Quattro Province: Alessandria, Genova, Pavia e Piacenza.
La vetta è una grande cupola erbosa, quasi un panettone appenninico, sormontata dalla caratteristica croce. Dal punto di vista della Val Borbera, rappresenta uno dei punti culminanti della grande dorsale che sale verso Capanne di Carrega, Monte Carmo e Monte Legnà.
Il Parco dell'Antola indica proprio Casa del Romano, a 1.406 metri, come uno dei punti di accesso più agevoli alla vetta: da lì il sentiero segue sostanzialmente il displuvio appenninico e permette di osservare contemporaneamente Val Borbera, Val Vobbia e Val Trebbia.
Casa del Romano è inoltre un luogo strategico perché si trova a cavallo tra Borbera e Trebbia, e costituisce uno dei passaggi storici attraverso cui le comunità delle due vallate comunicavano.
Il percorso Casa del Romano–Antola è relativamente breve: indicativamente 2 ore, con un dislivello positivo di circa 250 metri, difficoltà escursionistica (E).
Prima del moderno escursionismo, il crinale era percorso da mercanti, pastori, contadini e viandanti. Qui transitavano le antiche vie che collegavano la pianura padana con Genova e il mare. Una delle più importanti era la Via del Sale, che da Pavia scendeva verso Genova attraversando l'Oltrepò e l'Appennino. Il percorso raggiungeva il crinale tra Val Boreca e Val Borbera, superava l'Antola e scendeva verso Torriglia e quindi verso la costa.
Questo spiega anche perché l'area dell'Antola possiede una cultura così particolare: non è propriamente ligure, piemontese, lombarda o emiliana, ma conserva elementi di tutte queste tradizioni.
L'Antola viene tradizionalmente chiamata "la montagna dei Genovesi". Dalla fine dell'Ottocento cominciò infatti a trasformarsi da montagna percorsa per necessità in montagna frequentata per turismo ed escursionismo. Il Parco ricorda come, già allora, la vetta fosse meta di comitive, famiglie ed escursionisti.
È interessante notare che questo fenomeno precede di molto il turismo moderno della Val Borbera: l'Antola era già una destinazione escursionistica quando molte delle vallate circostanti vivevano ancora quasi esclusivamente di agricoltura, allevamento e commercio.
Il panorama è probabilmente il vero motivo della fama dell'Antola, nelle giornate limpide lo sguardo può comprendere: Monte Ebro e Monte Lesima verso nord, il gruppo del Maggiorasca e del Monte Penna verso est, le Alpi Apuane, il Mar Ligure verso sud, l'arcipelago toscano e la Corsica nelle giornate eccezionalmente limpide; verso ovest e nord-ovest, le grandi montagne dell'arco alpino, fino a Monviso, Monte Rosa e Alpi Marittime.
E proprio sotto la montagna, verso sud-est, appare il Lago del Brugneto, incassato nel paesaggio boscoso dell'Alta Val Trebbia.
Un'altra caratteristica dell'Antola sono le sue fioriture. Il nome stesso viene tradizionalmente collegato al greco anthos, "fiore". In primavera e all'inizio dell'estate i prati della montagna possono essere ricchi di narcisi, genziane, orchidee, gigli, ranuncoli e altre specie. Il Parco segnala il periodo indicativo delle grandi fioriture fra aprile e luglio.
Questa caratteristica distingue parecchio l'Antola dalle montagne appenniniche più aspre: la cima ha un aspetto dolce, aperto e pastorale, con grandi praterie alternate alle faggete.
Poco sotto la cima si trovano il Rifugio Parco Antola, intorno ai 1.460 metri, e la piccola Cappella di San Pietro. La vetta attuale è caratterizzata dalla grande croce bianca; nelle vicinanze si trovano anche i resti delle antiche Case Antola, testimonianza della frequentazione umana del crinale. Il rifugio costituisce oggi uno dei principali punti di riferimento per chi percorre la rete sentieristica dell'area.
L'Antola è interessante anche perché vi convergono moltissimi itinerari. Tra gli accessi tradizionali figurano: Casa del Romano, Bavastrelli, Torriglia, Caprile, Passo dell'Incisa, Tonno, Chiappa, Piancassina, Crocefieschi, i Buoni di Pentema.
Il parco
Il Parco dell'Antola nasce formalmente nel 1995, ma le sue origini giuridiche sono precedenti: il 27 dicembre 1989 la **Regione Liguria approva la Legge regionale n. 52, con la quale viene istituita l'area protetta denominata «Monte Antola». Il 22 febbraio 1995 la Regione Liguria approva la L.R. n. 12, «Riordino delle aree protette». Questa legge riclassifica e riordina l'area del Monte Antola, facendole assumere la denominazione ufficiale di Parco naturale regionale dell'Antola e istituendo il nuovo sistema di gestione. Il 3 agosto 2001, il Consiglio regionale della Liguria approva il Piano del Parco con deliberazione n. 42, definendo concretamente pianificazione e assetto territoriale dell'area.
Geologia
La geologia del Monte Antola è molto interessante perché la montagna che vediamo oggi è il risultato di una storia iniziata in un antico mare profondo, molti milioni di anni prima della formazione dell'Appennino.
La roccia caratteristica della montagna è la Formazione del Monte Antola, chiamata tradizionalmente anche Calcari del Monte Antola. La sua età risale al Cretaceo superiore, indicativamente tra il Campaniano e il Maastrichtiano, quindi circa 80–65 milioni di anni fa.
A quel tempo l'area dell'attuale Liguria non era una montagna ma parte di un bacino marino profondo. Sul fondale arrivavano periodicamente grandi quantità di sedimenti provenienti dalle aree emerse circostanti. Questi materiali scendevano lungo il pendio sottomarino attraverso correnti di torbida, una sorta di gigantesche valanghe di fango e detriti che si movimentavano il fondale. Per questo la Formazione dell'Antola è un flysch, cioè una successione di sedimenti marini deposti soprattutto da correnti torbiditiche.

Flysch dell'Antola: successione di sedimenti marini
Se si osserva un affioramento è possibile notare una caratteristica molto evidente: strati sovrapposti, spesso molto spessi, alternati a livelli più sottili; la successione comprende principalmente: marne calcaree, calcari marnosi, marne, arenarie e argilliti.
Gli strati più resistenti sono generalmente quelli calcareo-marnosi, mentre gli strati argillosi e marnosi sono più facilmente alterabili. La Formazione può raggiungere uno spessore complessivo di circa 2.000 metri.
Quindi il nome "Calcare dell'Antola" può essere un po' fuorviante; non è un grande massiccio di calcare puro, come per esempio alcune zone delle Alpi Apuane o delle Dolomiti ma una successione di rocce marnose e calcareo-marnose; una caratteristica che influenza fortemente il paesaggio.
Il Parco stesso distingue il territorio dell'Antola dai settori del Conglomerato di Savignone: i calcari marnosi dell'Antola sono relativamente teneri e producono pendii più dolci, mentre il conglomerato, molto più resistente all'erosione, forma pareti e torrioni spettacolari come quelli del Reopasso.
Ecco perché la vetta del Monte Antola presenta quella caratteristica grande cupola erbosa, anziché una cima rocciosa e frastagliata.
C'è poi una caratteristica straordinaria che rende queste rocce particolarmente interessanti, sulle superfici degli strati si trovano spesso le cosiddette Helminthoida labyrinthica: non sono fossili dell'animale vero e proprio, ma tracce fossili. Probabilmente organismi simili a vermi vivevano sul fango del fondale marino e si muovevano alla ricerca di nutrimento lasciando sul sedimento percorsi sinuosi e labirintici. Quando il sedimento si consolidò, quelle tracce rimasero conservate nella roccia. Si trovano anche tracce fossili attribuite a Chondrites, caratterizzate da strutture ramificate.

Un'altra conseguenza interessante è che, nonostante il nome "calcare", l'Antola non è propriamente un territorio carsico. I calcari dell'Antola contengono una componente marnosa significativa. Il carbonato di calcio non è sufficiente a produrre il tipico paesaggio carsico dei calcari puri.